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Cannabis legale a domicilio: la startup milanese fa causa a Google


Fare causa a Google da un magazzino di pochi metri quadri del centro città. «Mai e poi mai» lo avrebbe immaginato Matteo Moretti all’inizio, sei mesi fa. «Altrimenti — ragiona oggi — forse non avrei neppure iniziato». Nel suo ufficio in via Moscova si muove tra scartoffie legali e pacchi di merce, i fattorini ricevono gli ordini online e partono in motorino. «In sé gli affari vanno bene» dice: il prodotto piace, il mercato «è molto promettente». La Silicon Valley però si è accorta di Moretti solo settimana scorsa, dopo la lettera dell’avvocato. Ha attraversato l’oceano assieme alla fama di una piccola startup milanese, Just Mary, settore: cannabis light. Moretti l’ha fondata a luglio. Fa consegne a domicilio di canapa legale, con una flotta di quattro driver. La legge 242 del 2016 permette il commercio dei derivati della marijuana con contenuto psico-attivo inferiore allo 0,2 per cento: in un anno sotto la Madonnina sono spuntati i primi servizi di delivery sulla falsariga di Foodora e Deliveroo; Moretti mostra con amarezza la sua app per telefonini, «una delle prime» sospira. Ma i guai, per lui, sono cominciati lì. Non che il settore non abbia incontrato resistenze, fin dall’inizio. «Le avevamo messe in conto» dice l’imprenditore 34enne. Ad esempio il pregiudizio per cui «i clienti preferiscono non essere riconoscibili» o associabili al prodotto: i fattorini della cannabis circolano su motorini senza loghi né insegne; anche i sacchetti con la merce non recano scritte. Alla consegna — in ufficio, o sotto casa — il pagamento avviene in contanti, niente Pos perché «gli operatori di pagamenti elettronici come Paypal non ci permettono di aprire conti». 

Eppure nessuna norma di legge vieta la vendita, in teoria, a livello locale. La settimana scorsa il Pirellone ha approvato la produzione anche a fini terapeutici, e secondo Assocanapa già 150 ettari di terreno sono coltivati a canapa in Lombardia (erano zero nel 2006); i punti vendita su strada — i «grow shop» — sono una cinquantina solo a Milano. Gli operatori del ramo sono abituati a lavorare sottotraccia. Moretti ha deciso di battere i pugni sul tavolo, però, quando a ottobre ha scoperto che persino su Google la sua app — sviluppata «con grande impegno di tempo e risorse, per una piccola azienda» — era introvabile. «All’inizio ho pensato a un errore» racconta. «Ho contattato l’assistenza tecnica. Niente da fare». Dopo varie segnalazioni e scarse risposte lo startupper ha optato per le vie legali. Dallo studio di via Pacini dell’avvocato dell’azienda, Elio Viola, è partita la raccomandata al colosso di Internet. «Nei primi mesi la app ha riscontrato un ottimo successo, con un canale che si unisce a quello del sito Internet e ha raggiunto un bacino di utenza molto ampio su Milano» spiega Viola. Dal 18 ottobre — giorno in cui Just Mary è stata rimossa dal Play Store di Google — l’avvocato ha calcolato «un mancato introito di circa 50mila euro» a cui vanno sommati «i soldi spesi per sviluppare il software». Totale: oltre centomila euro che «chiederemo come risarcimento se non si terrà conto della nostra diffida». Per ora tutto tace. Da Palo Alto nessuna replica, a parte una risposta dal tono automatico: «La app facilita la vendita e l’acquisto di droghe illegali». Da buon padre di famiglia e piccolo imprenditore Moretti aspetta, e continua a lavorare: è abituato alla burocrazia italiana ma non si aspettava «una simile sordità da parte di un colosso dell’innovazione». E non intende lasciarsi trattare come un qualsiasi spacciatore di strada.

FONTE: milano.corriere.it


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